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10.10.2014
Abbiate sempre paura di qualcosa!

L’ultimo di quei processi che ci si ostina a chiamare “emergenza profughi” inizia con una circolare del Ministero dell’Interno, datata 9 gennaio 2014, in cui si palesa “la necessità di reperire ulteriori strutture di accoglienza nelle more dell’approvazione della graduatoria per l’attivazione dei nuovi posti SPRAR per il triennio 2014/2016, che consentiranno l’ampliamento della capacità ricettiva con una disponibilità di oltre 21 mila posti di accoglienza”. In risposta al grande afflusso di cittadini stranieri in fuga dai propri Paesi, che richiedono protezione internazionale in Europa, il Governo italiano ha così predisposto l’ampliamento del Servizio di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati per il triennio di riferimento. Lo SPRAR è un sistema, gestito da un ente denominato Servizio Centrale che è finanziato in buona parte dai fondi FER dell’Ue (destinati esplicitamente all’accoglienza e all’inserimento dei rifugiati in Europa), e che si occupa di disseminare le tante persone che arrivano ai confini dell’estremo sud in tutto il Paese. Il sistema SPRAR esiste, e funziona senza intoppi, dal 2001. Per essere beneficiari di un progetto SPRAR è necessario aver richiesto lo status di protezione internazionale al Ministero competente in Italia: una persona che arrivi in Italia per lavorare, o la cui richiesta di asilo venga rigettata, non ha diritto ad accedere né a restare all’interno di un progetto, che peraltro ha una durata massima di circa due anni al termine dei quali la persona accolta dovrebbe - almeno in linea teorica - essere in grado di sostenersi da sé ed essere sufficientemente integrata nel tessuto sociale italiano da poter perseguire il proprio progetto di vita autonomamente.

La prima “emergenza” è stata quella del 2011, la cosiddetta Emergenza Nord Africa (ENA), in cui il Ministero disponeva delle misure di tutela eccezionali per le persone in fuga dalla guerra di Libia,  “affluite nel territorio nazionale dal 1 gennaio alla mezzanotte del 5 aprile 2011” - data dell’accordo col governo tunisino che alleggeriva quello italiano da grosse responsabilità di fronte alla comunità internazionale, quali respingimenti, espulsioni e detenzioni non giustificabili nei CIE. Le misure di assistenza, come pure i permessi di soggiorno, avevano durata di sei mesi; sono stati prorogati per sei mesi, poi per ulteriori sei mesi. L’ENA viene dichiarata chiusa il 18 febbraio 2013: i prefetti delle singole province vengono nominati responsabili della prosecuzione delle misure d’assistenza ed inserimento, secondo l’unico criterio della disponibilità delle risorse. Tutto al di fuori del circuito SPRAR. L’ultima emergenza, quella datata 2014, affida nuovamente alle Prefetture il compito di individuare le strutture ricettive atte ad ospitare i nuovi richiedenti asilo.

Lo stato emergenziale e i 35 euro pro capite.

Per la nuova “emergenza” si prevede dunque di non oltrepassare il Servizio Centrale come avvenuto per l’ENA, quanto piuttosto di ampliarne la capienza. L’averlo scavalcato, nel 2011, ha creato una situazione per cui – fiutando l’affare - numerosi albergatori nostrani e strutture di accoglienza improvvisate, che non garantivano il minimo dei servizi richiesti dal Ministero, intascavano tutto il corrispettivo che il Governo è tenuto ad erogare per ogni persona ospite. La convenzione che viene stipulata con enti ed associazioni che si fanno carico dell’accoglienza dei rifugiati prevede, praticamente da sempre,  “l’affidamento del servizio di accoglienza per un importo massimo di € 30 oltre IVA e che comprenda, oltre vitto (rispettoso dei principi e abitudini alimentari) e alloggio, la gestione amministrativa degli ospiti, l’assistenza generica alla persona compresa la mediazione linguistica, l’informazione, primo orientamento ed assistenza alla formalizzazione della richiesta di protezione internazionale, il servizio di pulizia, la fornitura di biancheria e abbigliamento adeguato alla stagione, prodotti per l’igiene, pocket money di € 2,5 al giorno, una tessera/ricarica telefonica di € 15 all’ingresso”. Nei 30 euro al giorno che l’ente riceve per ogni ospite gravano tutti i costi di cui sopra, nonché gli stipendi di operatori, mediatori, insegnanti di italiano, coordinatori di progetto e di tutti quelli che a qualche titolo lavorano all’interno del progetto SPRAR. Da quelle poche righe, che si ripetono praticamente identiche in ogni circolare di avvio dei progetti o delle cosiddette emergenze, prendono avvio da un lato il grande indotto dell’accoglienza di richiedenti asilo, che alcuni hanno chiamato non a torto business; dall’altro la sequela di leggende propagandistiche come quella – ormai padrona - dello “stipendio da rifugiati”, secondo cui il Governo eroga ad ogni richiedente asilo in Italia uno stipendio di 45 € al giorno. I migliori, in questo campo, estendono il privilegio addirittura ai “clandestini”, forse credendo che sia possibile fare una richiesta di protezione internazionale senza lasciare le proprie impronte in questura, e senza un documento che permetta il soggiorno nel Paese cui ci si rivolge.

Ora, se i progetti SPRAR funzionano in maniera abbastanza trasparente, tanto che ognuno può accedere – semplicemente navigando sul web – ai regolamenti, alle circolari e persino alle comunicazioni che definiscono il numero di persone da destinare ad ogni territorio o progetto, lo stesso non si può dire degli stati emergenziali, che da sempre – coperti da una confusione normativa magistrale che dispone generalmente di ingenti risorse - fanno la felicità degli speculatori italiani in ogni possibile campo di applicazione: dai grandi expo, alle ricostruzioni, sino al relativamente nuovo business dell’accoglienza. 

La vera emergenza non sono le persone che arrivano in Italia.

Con una circolare del 19 marzo 2014, il Ministero dell’Interno torna a chiedere alle Prefetture di “attuare un ulteriore piano straordinario di distribuzione”, che oltrepassi di nuovo la rete SPRAR in attesa che si riesca ad ampliarne la portata dei progetti. Nello stesso documento vengono indicate le destinazioni possibili in cui reperire le strutture d’accoglienza “straordinarie”: in tutto il territorio regionale si indica la necessità di reperire 40 posti nella provincia di Terni e null’altro. Si consiglia peraltro di non superare la durata contrattuale del 30 giugno 2014, in vista di una possibile soluzione non emergenziale della faccenda. Quando parliamo della nuova emergenza profughi in Umbria, dunque, deve essere chiaro che stiamo parlando – al momento - di circa 40 persone.

Ma c’è un’altra emergenza, che invece bisognerebbe riconoscere e trattare come tale: gli italiani sono istituzionalmente razzisti. Lo dimostra la stampa, che pare non aver mai ricevuto notizia dell’esistenza della Carta di Roma e insiste nel dare rilievo a notizie del tutto marginali – quando non ridicole - che mai avrebbero spazio se non ci si fosse inventati la necessità di fare degli stranieri il capro espiatorio di cui gli italiani hanno oggi bisogno. Nel corso dell’estate abbiamo letto sui giornali umbri titoli come “Terni: lancia oggetti dal balcone, denunciato iracheno” (umbrialeft) o “Tre litigi tra stranieri in poche ore” (umbria24). Lo dimostrano le dichiarazioni pubbliche di soggetti che si suppone abbiano un dovere morale – almeno a livello istituzionale – nei confronti di una società che fa comprensibilmente sempre più fatica a capire il fenomeno migratorio: la novità dell’anno, di cui l’Umbria può vantare l’origine ma che ha buone possibilità di attecchire in breve tempo, è che gli enti che si occupano di accogliere i richiedenti protezione internazionale, gli enti che percepiscono i famosi 30 € al giorno per ogni ospite, non si fanno scrupoli nell’attaccare pubblicamente i propri ospiti, dichiarando ai giornali di cui sopra che “sono viziati” e che “si ipotizzano cose non legittime come il subaffitto dei posti letto”. La vera emergenza è in questa dichiarazione di guerra della società civile agli stranieri che vivono in Italia, che non trovano più udienza neanche in coloro che avrebbero – quantomeno per statuto e perché ci guadagnano – un certo dovere morale nei loro confronti. Il tutto accade mentre la Regione Umbria firma protocolli d’intesa regionali contro le discriminazioni, lavora alla costituzione di sistemi di rete regionali antidiscriminazioni e distribuisce fondi ad enti e associazioni che si occupano di integrazione ed assistenza ai migranti.

L’accoglienza dei richiedenti asilo è ben finanziata e non toglie nulla agli italiani; la grande parte degli immigrati in Italia e in Umbria è costituita da donne, che non finiscono sui giornali e spesso lavorano nelle case dei nostri anziani; una buona parte di quelli che la stampa definisce stranieri non parlano più la lingua dei propri paesi d’origine, essendo in Italia sin dall’infanzia. La vera emergenza: si può davvero essere così esasperati da non trovare altra forza se non quella di inventarsi un nemico che non esiste?

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