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03.02.2014
Storie di migranti: Ali.

Mi chiamo Ali K., ho 25 anni. Sono nato a Medenine, nel sud della Tunisia. Là avevo un negozio di frutta secca: lavoravo nel mio negozio e giocavo a calcio nella squadra della mia città. Ho lasciato la scuola a 17 anni per lavorare. In Tunisia vivevo bene: sono l’unico figlio maschio di una famiglia molto tranquilla, ho il negozio e anche una casa. Ho deciso di partire perché sin da piccolo avevo il desiderio di venire in Europa, ero convinto di arrivare qua e trovare subito un lavoro e migliorare la mia situazione. Da noi è normale pensare che in Europa sia tutto migliore che in Tunisia, cresciamo con questa idea anche perché i primi tunisini che sono arrivati in Europa sono tornati a casa felici di averlo fatto.

Ho sempre pensato di partire regolarmente, con un passaporto. Però mi sono accorto che era molto difficile fare le cose secondo le regole, e quando ho visto tantissime persone partire nel 2011 ho deciso che sarei partito insieme a loro. Stavo lavorando al negozio quando un mio amico mi ha telefonato e mi ha detto: “Allora partiamo, Ali?”. Sono uscito di casa di venerdì pomeriggio, e alle 11 di sera sono salito sulla barca. Il viaggio in mare è durato tre giorni, siamo arrivati a Lampedusa la domenica alle una del pomeriggio. Era il periodo in cui gli italiani protestavano perché arrivavano troppe persone dall’Africa, gli italiani protestavano contro di noi. Dopo dieci giorni mi hanno messo su un aereo e mi hanno portato al CIE di Crotone, dove sono restato un mese e mezzo: ho avuto il permesso di soggiorno per sei mesi e il giorno stesso mi hanno detto di trovare un altro posto dove stare. Uscito dal centro ho provato ad andare in Francia per cinque volte, ma ogni volta mi fermavano alla frontiera perché i documenti italiani là non valgono niente. In Francia sono stato in prigione per 15 giorni perché ero clandestino. Allora sono tornato in Italia,  a Ventimiglia, in un centro gestito da altri ragazzi arabi che credo fossero autorganizzati. Mi hanno fatto arrivare a Terni, dove finalmente sono entrato in un progetto di accoglienza. Ormai sto qua da quasi tre anni, e sto bene. Qua ho studiato l’italiano e fatto un corso di formazione per pizzaioli con l’Arci, e qui mi hanno fatto il primo contratto di lavoro.

L’Italia è il primo Paese che ho visto, ci sono tante brave persone pronte ad aiutarti. L’Italia e la Tunisia sono uguali: viviamo nello stesso modo e i problemi sono gli stessi…la povertà prima di tutto, e la mancanza di lavoro. Io per esempio non ho mai fatto niente contro le regole, ma so perfettamente che molti ragazzi tunisini fanno cose sbagliate. Ma conosco il mio popolo, e sono sicuro che se ci fosse un altro modo per guadagnare nessuno farebbe lo spacciatore o altre cose ancora peggiori.

Prima di pensare a fare dei programmi per il futuro voglio tornare in Tunisia per un po’ di tempo, stare con la mia famiglia. Poi tornerò qua e potrò pensare a me: vorrei sposarmi, trovare un lavoro, uno qualunque, e vivere come una persona tranquilla. Credo che sia quello che vogliono tutti. Oggi penso di aver sbagliato a partire, se avessi saputo com’era l’Italia sarei rimasto a casa. Ma ormai sono qua e voglio restare qua, perché voglio essere fedele alle mie scelte, e andare sempre avanti senza rimpianti. 
[da micropolis, gennaio 2014]

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