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07.11.2013
Il caso del centro del Favarone

Per un breve momento il caso del centro del Favarone è stato al centro di una certa attenzione. Poi, all’improvviso, senza che nessuno si sia mai posto domande su cosa accadesse nel centro di accoglienza SPRAR prima delle denunce che sono valse una menzione nella cronaca locale, il caso è scomparso. Quello del Favarone non è più un caso, è stato deciso così, e gli ospiti del centro sono tornati ad essere nulla. Durante la visita del Ministro Kyenge all’Università per Stranieri, lo scorso settembre, appariva tra la folla un cartello ignorato dalla maggior parte dei presenti: “Che fine ha fatto il centro del Favarone?”; è quello che un qualunque cittadino dotato di buon senso – a maggior ragione nel caso in cui rivendicasse una certa sensibilità politica - dovrebbe chiedersi dopo aver appreso di notizie gravi come le denunce presentate al Comune e alla Procura di Perugia nei mesi scorsi. Abbiamo incontrato alcune persone che – a diverso titolo – hanno per un certo periodo vissuto la realtà quotidiana del centro di via del Favarone. Quello che segue è l’abbozzo di un ritratto, il racconto – ovviamente parziale e soggettivo – di quello che per molti migranti in attesa di riconoscimento è l’accoglienza nella nostra regione.

L’integrazione. Secondo le normative che regolano il programma SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), l’accoglienza dei migranti prevede “misure di assistenza e orientamento, attraverso la costruzione di percorsi individuali di inserimento socio-economico”.  Si legge in un opuscolo pubblicato nel 2012 dalla Cooperativa Perusia, ente gestore del centro del Favarone: “l’obiettivo del progetto Sprar è quello di accompagnare i singoli beneficiari nel percorso verso l’autonomia, e quindi verso l’inserimento nella società. Per raggiungere tale scopo si attivano servizi quali l’insegnamento della lingua italiana, l’iscrizione a corsi formativi e professionalizzanti e la ricerca di opportunità lavorative e borse lavoro”. In teoria, dunque, la possibilità di istituire corsi di lingua e di formazione professionale andrebbe garantita; così come andrebbero attivate delle borse lavoro che consentano alle persone di imparare un mestiere lavorando, dunque di integrarsi nel processo produttivo, ormai propedeutico ad ogni altra forma di integrazione. Il funzionamento delle “borse lavoro” (vedi micropolis, settembre 2013) è piuttosto semplice: non si tratta della stipulazione di un rapporto lavorativo, ma di una misura letteralmente intesa come strumento d’integrazione; perciò è l’ente proponente, in questo caso il Comune di Perugia (i progetti SPRAR vengono affidati all’Anci tramite convenzione con Ministero dell’Interno), a retribuire il lavoratore prestato all’azienda con lo scopo dell’integrazione.

A Perugia si ricordano due borse lavoro esemplari, attivate proprio per due ospiti del centro del Favarone: quella vinta da un ragazzo iraniano che fu mandato a lavare automobili per tutto il mese di agosto presso un autolavaggio e quella di un giovane curdo che avrebbe dovuto integrarsi facendo letteralmente compagnia al custode del cimitero. Non si sa nulla di eventuali corsi di formazione professionale attivati per gli ospiti del centro Sprar perugino. Tra le misure di inserimento non può però mancare la scolarizzazione: i corsi di lingua italiana erano regolarmente tenuti presso il centro, “in uno stanzone accanto alla cucina comune”; quello che stupiva, semmai, era che “l’insegnante spiegava il condizionale ma i ragazzi non erano in grado di capire minimamente l’italiano né di esprimersi in italiano”. Per quanto riguarda la possibilità di iscrivere i ragazzi alla scuola pubblica, ci dicono che “su trenta ospiti che stavano nel centro, venivano iscritti a scuola soltanto pochissimi ragazzi, i prescelti. Ci chiediamo come sia possibile che da un centro Sprar tedesco escano persone diplomate e professori, mentre qua da noi stanno come in galera”.

“Non siete tutti uguali” è un ritornello noto per chi abbia avuto la possibilità di parlare con ex ospiti e frequentatori del centro del Favarone. C’è da sapere che non tutta la struttura è occupata da beneficiari del progetto Sprar; alcuni appartamenti sono abitati da famiglie e studenti seguiti da associazioni terze, presumibilmente meno tutelate rispetto all’ente gestore di un appalto enorme come quello dello Sprar. In questo contesto emerge il caso di una famiglia kosovara giunta a

Perugia per garantire le cure necessarie ai figli: entrambi i minori erano affetti dalla forma più grave di emofilia, “se non prendevano i farmaci con regolarità non potevano muoversi né camminare, ma non hanno mai avuto assistenza sanitaria perché al di fuori del programma Sprar finanziato dal Comune”. Quando poi nel 2011 è arrivata l'Emergenza Nord Africa, che significava altri soldi per l’accoglienza di richiedenti asilo, “tempo due giorni e la famiglia kosovara è stata spedita in Germania, ovviamente senza buono uscita perché se non sei nello Sprar non meriti assistenza”.

Tra i meno uguali degli altri, anche una signora cui fu negata una visita oculistica perché analfabeta; perché se non sai leggere, gli occhiali non ti servono. Non c’è dunque solo il caso, riportato anche da Il Fatto Quotidiano, del ragazzo somalo cui fu negato il materasso ipoallergenico e che finì in ospedale, con delle costole rotte, senza che nessuno si preoccupasse di accompagnarcelo. Il medico del centro, ci dicono, “era laureato in medicina ma non abilitato a prescrivere farmaci; veniva un medico esterno una volta alla settimana, perciò quando venivano ordinati dei farmaci c'erano giorni e giorni da aspettare. A volte venivano somministrati anche farmaci scaduti. L'unica cosa che si faceva sempre erano le analisi del sangue all'arrivo degli ospiti, perché gli operatori temevano di contrarre malattie infettive”. Un ritratto drammaticamente distante da quello dell’opuscolo (“Rifugiati a Perugia. 10 anni di Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati”), in cui si spiega come gli operatori debbano “entrare in relazione con gli ospiti instaurando un rapporto di fiducia”, e come “il muro della diffidenza possa essere abbattuto, o quantomeno scalfito”.

Il centro si apre all’esterno” è il titolo di un paragrafo dell’opuscolo di cui sopra in cui si dipinge una situazione per cui “i beneficiari riacquisiscono fiducia nelle proprie capacità, e si sentono riconosciuti nella propria identità” attraverso attività ludico-sportive e socio-culturali tese a “conoscere e a farsi conoscere dalla comunità locale”.

A sentire chi nel centro del Favarone ci è stato, l’idillio dell’integrazione descritto dall’opuscolo a cura di Perusia e del Comune di Perugia viene brutalmente capovolto: “i ragazzi credono di non avere diritti, sono soli e abusati da ogni parte. Sono arrabbiati ma non possono fare niente perché hanno paura. Non escono mai, vivono quel posto come un carcere… neanche vanno a fare la spesa. Adesso gli operatori comprano per loro i cibi che chiedono, ma prima gli venivano forniti soltanto olio di semi, scatolame, tonno, uova, farina e pasta, che neanche sapevano cuocere. Non conoscevano frutta, né verdura, né carne”. Il pocket money - 3 euro al giorno destinati all’acquisto, per esempio, di beni deperibili - veniva erogato solo su esplicita richiesta, nonostante spetti per legge ai richiedenti asilo beneficiari dei programmi Sprar. Si potrebbe dedurre, ad essere capziosi, che la mala gestione dei corsi di lingua fosse funzionale ad una logica dell’asservimento da cui non è possibile uscire se non acquisendo conoscenze: la lingua, prima di tutto.

Capitava di parlare con persone che non uscivano dal centro da più di sei mesi, che non seguivano alcun corso al di fuori della struttura né avevano contatti di altro tipo col mondo fuori, “alcuni non potevano uscire perché non avevano neanche un cappotto”. Emerge così un quadro tetro, in cui lo sconforto, la solitudine e l’assoggettamento alle condizioni imposte dalla direzione costituivano l’unico orizzonte possibile per i migranti accolti nel centro Sprar di Perugia. La condizione d’isolamento denunciata dai nostri interlocutori si è terribilmente aggravata dopo le denunce dei mesi scorsi: gli ospiti del centro, ci dicono, “hanno firmato un documento per cui non possono parlare con esterni né alcun esterno può entrare nel centro senza il permesso della direttrice”, così che ad oggi sembra che abbiano l’obbligo di non avere rapporti con persone esterne alla struttura, volontari o amici che siano. Eppure dalle pagine della stampa locale, in quel brevissimo periodo in cui si era costretti a parlare della questione Favarone, la direttrice del centro invitava gli accusatori nella struttura, per conoscere gli operatori e “per avere un quadro reale della situazione” (Il Giornale dell’Umbria, 2 agosto 2013).

[da micropolis, novembre 2013]


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