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20.10.2013
Dopo Lampedusa

Le ore successive al drammatico naufragio al largo di Lampedusa hanno visto sfidarsi dolore, catechesi e buoni sentimenti; la Presidente della Regione Umbria lascia ai social network il proprio pensiero dedicato a “[…] bambini, donne incinte, uomini: tutti alla ricerca di un luogo migliore, finiti nelle mani degli aguzzini trafficanti e dell'insensibilità di istituzioni europee che da anni dovrebbero supportare l'Italia nell'accoglienza e con regole umane”. L’Umbria si dichiara immediatamente disponibile ad accogliere i superstiti di Lampedusa. Passano appena dodici giorni da quel drammatico tre ottobre ed ecco che l’Europa risponde alla chiamata dell’Italia proprio da Perugia, dall’aeroporto di Sant’Egidio: il 15 ottobre parte un volo diretto al CIE di Trapani, con a bordo otto immigrati irregolari da scortare – a spese del Ministero dell’Interno – fuori regione. E’ con gioia che il sottosegretario Bocci saluta il decollo, che è storico perché “è la prima volta che una Prefettura viene autorizzata all’utilizzo del mezzo aereo per l’accompagnamento di immigrati irregolari presso i CIE”.  Perugia può così rivendicare la propria posizione di pregio all’interno del programma dell’Agenzia Frontex (Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell'Unione europea), che dispone di circa 70 milioni di euro l’anno nonché di mezzi militari di ogni sorta per pattugliare le sacre frontiere dei paesi europei. L’Italia, che tanta umanità ha mostrato a Lampedusa, è tra i Paesi che nel 2011 chiesero il rafforzamento di questo sistema di pattugliamento e respingimenti, criticato in tempi non sospetti persino da Amnesty International.

A Perugia, a Sant’Egidio in particolare, si rivendica la politica dei respingimenti – la non-politica dell’ordine pubblico su cui si fondano i programmi di Frontex - come soluzione perfetta al problema dell’immigrazione. L’operazione Mare Nostrum, missione “militare e umanitaria” partita il 18 ottobre con l’intento di scandagliare il Mediterraneo in cerca di imbarcazioni piene di migranti da destinare non si sa dove né a cosa, segue la stessa logica: il problema delle migrazioni, delle tratte dell’immigrazione irregolare, va risolto per via militare. Questa è la risposta dell’Europa, così come da convenzioni firmate e avallate anche dalla caritatevole Italia. Altro discorso da quello che sembrava il tono cristiano delle istituzioni nazionali e regionali pochi giorni dopo l’ennesima tragedia del mare.

Si è sentito parlare spesso dell’Umbria come isola felice per quanto riguarda la questione dell’accoglienza dei richiedenti asilo – che è bene ricordare essere soltanto una piccola parte di quello che è il fenomeno migrante. L’accoglienza è ordinata da un regolamento per cui se una cooperativa, un Comune o un’associazione si impegnano a fornire cure, tre pasti giornalieri e biancheria ad un richiedente asilo, lo Stato paga 40 euro al giorno per ogni ospite della struttura. Sono probabilmente questi quei “tanti soldi spesi per gli stranieri” di cui ogni giorno si lamentano i poveri italiani. Si tratta effettivamente di una cifra che – moltiplicata per tutti i richiedenti asilo che il sistema Dublino II * costringe in Italia – diventa attraente sia per i sostenitori delle frontiere chiuse sia per chi intende lucrare sull’affare dei rifugiati. E’ utile ricordare come appena dopo lo stanziamento di fondi per la cosiddetta Emergenza Nord Africa del 2011, associazioni improvvisate, alberghi e persino privati abbiano deciso di accreditarsi per “accogliere” questi 40 euro al giorno, spesso facendo vivere i propri ospiti in condizioni indecenti. Ma per poter avere la “dote” che lo rende appetibile, il richiedente asilo deve passare necessariamente per la Protezione Civile oppure per le prefetture. Deve far parte di un programma di accoglienza finanziato.

“Non c’è la volontà, non c’è la cultura dell’accoglienza. Qui le cose funzionano solo se c’è un ritorno economico”, ci spiega Ismael Ali Mouktar, segretario generale della consulta degli immigrati di Perugia. Recente è il caso di un giovane somalo fuggito dal CARA di Mineo ed arrivato a Perugia; i Servizi Sociali del Comune non lo volevano, e nessuna struttura lo voleva; semplicemente perché essendo solo, senza la copertura della Protezione Civile e di un programma di accoglienza già finanziato, il richiedente asilo è un peso. E la gestione dell’accoglienza un affare, prima di ogni altra cosa. Le vicende del centro del Favarone non sono che lo specchio dell’accoglienza all’italiana. Non si usano mediatori culturali, per esempio, sebbene insieme a servizi sanitari e supporto psicologico siano esplicitamente compresi nella cifra che lo Stato destina alla permanenza dei richiedenti asilo. Perciò stupisce fino a un certo punto sapere che delle sette denunce depositate da alcuni (ormai ex) ospiti del centro del Favarone, la maggior parte riguardino lo sfruttamento del lavoro in nero e la mancata erogazione di servizi basilari che sarebbero garantiti dalla legge.

Quello che stupisce, piuttosto, è che finalmente i richiedenti asilo abbiano iniziato a rivendicare i propri diritti. Se a Lampedusa molti giovani siriani – diretti in altri paesi europei - si rifiutano di depositare le proprie impronte digitali per non dover restare imprigionati in qualche ammassatoio in Italia, a Perugia iniziano a circolare notizie sulla vita degli ospiti dei centri SPRAR. Il migrante rifugiato non è più il comodo accessorio di istituzioni ed enti che dall’assoluto isolamento traggono il vantaggio del non contraddittorio. Ad oggi succede che un richiedente asilo si permetta di non ritirare una denuncia anche laddove l’autorità religiosa cittadina intercedesse per altri, come successo a Perugia. E succede che collettivi, associazioni e singoli s’incontrino in centro città per discutere e proporre pratiche urbane che siano inclusive, perché “a Perugia migranti sono tutti” e la città è un diritto di tutti. E perché è nella riappropriazione degli spazi cittadini che si apre lo spazio per una convivenza che finalmente abbatta i muri dell’isolamento dietro cui si nascondono da sempre sfruttamento, violenza e solitudine.


* Dublino II è un regolamento europeo che determina lo Stato membro dell’Unione europea competente per esaminare una domanda d’asilo. Dovrebbe determinare il Paese competente e procedere al trasferimento del migrante. Ma prevede anche che, salvo casi estremamente particolari, il Paese sia quello in cui il richiedente asilo “ha messo piede per la prima volta nell’Unione Europea”. L’Italia è tra i primi firmatari dell’accordo (1990).

[da micropolis, ottobre 2013]


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